Le rane di Fedro
Nel filone della tradizione occidentale che mira ad umanizzare il mondo zoologico, Fedro si inserisce come testimone importante e antesignano. Il suo pensiero, che è quello della sua epoca, classifica gli uomini in categorie  morali ben delimitate. Nelle sue favole l'uso degli animali serve per descrivere tali categorie morali, e quindi non vi è una descrizione zoologica degli animali, ma solo aneddotica e semplicistica. Nell'ottica di un uomo che si specchia nella natura è comunque interessante registrare  quali siano state le caratteristiche che Fedro, e il suo mondo, descrivono degli animali che più colpiscono l'immaginario umano.

Sono quattro le favole che hanno per protagoniste rane (gli unici anfibi descritti), tutte presenti nel libro I. Le rane vengono rappresentate come "humiles", spesso vittime dei "potentes" (I.6)(I.30), ma anche della propria insoddisfazione(I.2) o della propria invidia (I.24).

I.2 Rana regem petierunt
Le rane alla ricerca di un re che metta ordine nello stagno non si accontentano un simulacro, e quando viene inviato un serpente, lo doveno tollerare ad alto prezzo. Due aspetti interessanti sono: quando Giove butta il legno nell'acqua la "parvidum genus" rimane in silenzio e nascosta nello stagno per un bel po'; alla presenza del serpente le rane perdono la voce.

I.6 Ranae ad Solem
Le rane sono preoccupate per il matrimonio del Sole: se da tale matrimonio nascessero figli gli stagni rischierebbero di essere sempre asciutti. Anche in questo caso il "clamor" delle rane gioca un ruolo centrale riuscendo a richiamare addirittura l'attenzione di Giove.

I.24 Rana rupta et bos
Una rana invidiosa delle dimensioni del bue si gonfia fino a scoppiare. Si tratta dell'unica delle quattro favole in cui le rane non si trovano in acqua.

I.30 Ranae metuentes taurorum praelia
Una rana nello stagno che vede i tori combattere si dispera perché sa che gli sconfitti cacciati dalla loro dimora andranno nella palude e li schiacceranno le rane con gli zoccoli.

Altre due favole che hanno per portagonista le rane sono attribuite a Fedro (Favole Esopiche tradotte da Concetto Marchesi, 1930): Il sorcio e la  rana; Le lepri e le rane. Anche in questi brani l'ambiente è acquatico e le rane "impersonano" caratteri negativi. Nel sorcio e la rana quest'ultima inganna il topo per affogarlo mentre nel brano delle lepri, le rane vengono mostrate come le più vili delle creature.

Le Fontaine nel '600 riscrive tutte queste favole senza cambiarne il senso ma solo aggiornandole all'epoca e rendendole, se possibile, ancora più esplicite nel messaggio.